Venezia, 1486.

In una  casa vicino al Canal Grande, sul Rio Vidal. nacque Girolamo Emiliani. Fin da piccolo venne educato alla fede cristiana. Suo padre Angelo, che apparteneva alla nobiltà, esercitava il  commercio della lana ed ebbe degli incarichi politici nel  governo della Repubblica di Venezia. Questo fece sì che Girolamo crescesse in un ambiente relativamente agiato, dove non mancava nulla.

All’età di 10 anni una tragedia colpì la  famiglia. Suo padre  per motivi a noi sconosciuti venne trovato impiccato  sotto il Ponte di Rialto. Questo episodio rimase sempre impresso nella vita di Girolamo.

Gli anni passarono e Girolamo, come ogni nobile, volle intraprendere la carriera amministrativa e militare al servizio della sua patria. Si distinse per il suo valore e nel 1510 gli venne affidato il Castello di Quero, sul fiume Piave, un luogo strategico sia per l'importanza militare che per i commerci. Con lui c’era un piccolo esercito di circa cinquanta uomini, incaricati di difendere questo passo della Repubblica Veneta.

Il 27 agosto del 1511 avvenne un fatto terribile: il castello fu preso d’assalto dall’esercito nemico comandato da Mercurio Bua. Fu un massacro. Solo Girolamo fu risparmiato, perché poteva servire per chiedere un riscatto o come merce di scambio. Fu imprigionato, legato con delle catene e con una palla di marmo al collo.

La condizione tremenda fece sì che Girolamo incominciasse a pensare alla sua vita passata ed alla sua situazione presente così drammaticamente compromessa. Si ricordò delle preghiere che la mamma gli aveva insegnato nella sua infanzia e con cuore umile iniziò a pregare la Madonna. Girolamo non aveva ancora ben chiaro quali fossero i progetti di Dio su di sé, e nemmeno poteva immaginare quello che sarebbe successo.

Fece voto che, se fosse uscito vivo da quella situazione disperata, avrebbe cambiato vita.

Dopo un mese di prigionia, la notte del 27 settembre 1511, gli apparve la Madonna, invocata sotto il titolo di Madonna dei Miracoli, o Madonna Grande di Treviso: Ella gli consegnò le chiavi per uscire di prigione e poi scomparve.

Tuttavia subito un altro problema si presentò a Girolamo: l’esercito nemico era accampato nelle vicinanze ed egli doveva oltrepassarlo. Se lo avessero visto sarebbe stata egualmente la fine. Invocò nuovamente la Madonna che gli apparve e lo condusse per mano fino alle porte di Treviso.

Di certo Girolamo non si aspettava un così grande intervento divino, ma comprese che era un segno di amore e di grazia che Dio gli aveva concesso.

Da quel momento Girolamo incominciò un cammino di fede che lo portò a diventare un grande santo della carità.

Ormai libero, come pellegrino devoto e penitente, depose i ceppi e le catene della sua prigionia di fronte all’immagine della Madonna Grande di Treviso, dove sono tutt’oggi conservati.

Ritornato a Venezia continuò  ancora a praticare la vita militare fino al raggiungimento della pace (1516), ma nel frattempo iniziò la sua trasformazione interiore. Divenne un cristiano fervoroso che frequentava di più la Santa Messa, pregava, si esercitava nella carità e nella penitenza. Davanti al Crocifisso ripeteva: “Aiutami Signore, e sarò tuo”. Un cammino durato ben 17 anni.

Nel 1528 una terribile carestia colpì tutto il nord Italia. Peste, fame e povertà erano lo scenario doloroso che si presentava agli occhi di Girolamo. Decise così di dedicarsi completamente ai poveri, accogliendoli nella sua casa e dando loro tutto il necessario. La sua attenzione fu per i più piccoli. Li vedeva vagare per le calli di Venezia, sporchi, affamati, orfani.

Con l’aiuto di alcuni amici aprì presso la chiesa di san Rocco una scuola dove insegnava a leggere, scrivere, ad apprendere un mestiere, ma soprattutto imparavano la dottrina cristiana, a pregare e a riporre la loro fiducia nelle mani di Dio.

Decise così di vendere tutto e di vestire anche lui l’abito dei poveri.  Con questi suoi fratelli più piccoli voleva vivere e morire.

La fama di uomo di carità incominciò ad uscire dai confini della città di Venezia.

Attorno a lui si radunarono parecchie persone per coadiuvarlo in quest’opera di carità. Il vescovo di Bergamo lo chiamò per aprire in quella città delle case per ospitare gli orfani. Girolamo accettò e si trasferì  a Bergamo, poi a Brescia, Milano, Como, Pavia.

Proprio presso Pavia si ricorda un piccolo fatto: mentre passava per i boschi con un gruppo di orfanelli, dai cespugli sbucarono alcuni lupi. Gli orfani si strinsero impauriti attorno a Girolamo; ma lui, con un segno di croce, mise in fuga gli animali.

Ovunque andava Girolamo lasciava un buon ricordo nelle persone ed una forte testimonianza di carità, tant’è che molti decisero di seguire la strada intrapresa da lui.

Girolamo trascorse gli ultimi anni della sua vita a Somasca, un piccolo paese vicino a Lecco, un luogo di pace, come lo amava definire lo stesso Girolamo.

Qui, nella località detta “Valletta”, Girolamo viveva con i suoi orfani; durante il giorno scendeva a valle dove condivideva il lavoro dei contadini e poi li istruiva nella fede. Alla sera si rifugiava in una piccola grotta, detta “Eremo” dove pregava davanti al Crocifisso. Girolamo aveva una devozione particolare per Gesù Crocifisso: spesso davanti a lui piangeva perché si ricordava dei suoi peccati, ripetendo questa invocazione:  “Dolcissimo Gesù non essermi giudice ma salvatore”.

A Somasca vengono ricordati due eventi miracolosi; il primo avvenne durante l’inverno: non potendo scendere in paese per comprare il pane a causa della troppa neve e avendo con sé solo pochi pezzi di pane,  Girolamo si affidò a Dio. Incominciò a distribuirli e tutti poterono mangiare a sazietà.

L’altro miracolo avvenne d’estate. Mancando l’acqua per dissetare gli orfani, Girolamo percosse con la mano una roccia dalla quale scaturì dell’acqua. Quest’acqua ancora oggi scorre e i pellegrini, dopo averla bevuta, la portano a casa per gli ammalati.

Nel 1537 la peste colpì anche il territorio di Somasca. Girolamo venne contagiato e sentendo vicina la sua fine, radunò attorno a sé i suoi compagni e suoi orfani. Con le poche forze rimaste con della vernice rossa tracciò sulla parete una croce, per indicare ai suoi compagni di seguire sempre la via tracciata da Gesù Crocifisso, che è la via del dono totale di sé.

Poi,  per imitare Gesù fino alla fine, prese un brocca e un catino e si mise a lavare i piedi degli orfani.

La notte tra il 7 e l’8 febbraio del 1537 Girolamo morì.

Subito si diffuse la sua fama di santità. Poveri e malati giunsero alla sua bara e molti ottennero la guarigione.

Nel 1767 Girolamo venne proclamato santo e nel 1928 papa Pio XI lo proclamò patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata.

Durante la sua vita Girolamo pose le fondamenta di una compagnia chiamata “Compagnia dei servi dei poveri”. Dopo la sua morte tale compagnia venne riconosciuta come Ordine dei Padri Somaschi, che nel mondo imitano l’esempio tracciato da san Girolamo occupandosi principalmente dei poveri e dei bisognosi.